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Omelia XXV DOM.T.O.B del 23 settembre 2018

23 Settembre 2018 - XXV DOM.T.O. B- Gc 3¸16-4¸3; Mc 9¸30-37 Per combinazione¸ pur con le sue esagerazioni¸ il testo della lettera di Giacomo di oggi va d´accordo con il Vangelo¸ perché parla del desiderio di primeggiare come fonte e origine di tutte le ingiustizie¸ di tutto il malessere che si crea nella società; è un ragionamento molto serio¸ che conferma quello che si può ricavare dal Vangelo¸ di cui mi occupo. Sarebbe la seconda profezia della passione che si trova nel Vangelo di Marco. Domenica scorsa avevamo letto la prima. Nel frattempo Marco ha raccontato la trasfigurazione¸ che dimostrerebbe come colui che aveva predetto che sarebbe stato crocifisso era veramente capace di risuscitare¸ tanto è vero che appare come una persona piena di luce¸ quindi dà una garanzia della veritภnon soltanto della morte¸ ma anche della resurrezione. Segue la guarigione di un indemoniato¸ molto faticosa¸ che Gesù compie con tentativi difficili. Marco aveva creato questa contemporaneità e convivenza¸ da un lato il paradiso¸ dall´altro l´inferno su questa terra¸ cioè l´impotenza di fronte a certe malattie¸ al male. Questa strutturazione narrativa è molto interessante. Non è detto che siano fatti storicamente successivi¸ può darsi che Marco li abbia messi insieme prescindendo dalla effettiva cronologia degli avvenimenti¸ per creare questa sensazione di contrasto¸ quasi a dire che la salvezza di Dio è in mezzo a noi¸ ma non è automatica¸ il mondo continua ad essere quello di prima¸ c´è una presenza¸ ma sono in conflitto. Ecco perché ripete una seconda profezia della morte di Gesù¸ con parole diverse. Il modo in cui Gesù qui parla della sua futura morte¸ dal punto di vista storico si potrebbe pensare che sia precedente a quello che abbiamo letto domenica scorsa¸ perché qui si parla in maniera molto più generica " Il figlio dell´uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini". La profezia precedente era più particolareggiata¸ questa è più primitiva e gioca sulle parole figlio dell´uomo /mani degli uomini¸ come dire che gli viene sottratta la vicinanza con Dio. E non si distingue buono e cattivo¸ non si dice scribi¸ sommi sacerdoti¸ Pilato¸ ma c´è una nota di pessimismo generale. " E lo uccideranno". Non dice il modo. Là si parlava di croce¸ qui è generico. Poi si ripete " E una volta ucciso¸ dopo tre giorni..."¸ là c´era " il terzo giorno"; la differenza è minima¸ però il tre giorni e mezzo diventa uno dei modi per indicare che la morte¸ insuperabile dopo tre giorni¸ è vinta mezza giornata dopo. una simbologia numerica molto popolare. Come noi diciamo: non c´è due senza tre; e non diciamo che c´è tre senza quattro. Il tre e mezzo vuol dire che ormai è finita¸ non c´è niente da fare; ecco perché - dopo tre giorni-¸ come dire - il quarto giorno risorgerà-. In un modo molto arcaico tentavano di esprimere il mistero della morte di Gesù Cristo. Il verbo tradotto risorgerà non è risvegliare¸ ma innalzare¸ sarà esaltato. Si può interpretare nel senso che tutti diranno che Dio l´ha preso con sé¸ merita onore¸ rispetto¸ fama; non si parla esplicitamente di resurrezione corporea. Questo testo ha una forma meno precisa dell´altro; il destino di Gesù è presentato come una glorificazione dopo una umiliazione. I discepoli non capiscono niente¸ e hanno timore di interrogarlo. Secondo Marco che rapporto c´è tra Gesù¸ il maestro¸ e i dodici¸ i discepoli più vicini? Hanno paura di interrogarlo. Arrivati in casa¸ chiede di cosa stavano parlando in strada. Qui c´è la questione che alcune cose le dice in casa e altre le dice per strada. Ne parleremo in altre occasioni. Il verbo usato indica che loro avevano discusso seriamente tra di loro chi era più grande. Questo è il punto focale. E´ la cultura antica dell´onore¸ quella di cui parla anche la lettera di Giacomo. Quello che è sopra si sente superiore a quello che è sotto. Gesù la elimina in una maniera straordinaria:" Guardate me"¸ dice Gesù¸ "cosa sono io? Un bambino". Qui non dice agli altri di diventare come bambini¸ è Gesù che dice: quando mi guardate¸ guardate che io sono come un bambino. Per questo prende un bambino e lo presenta: voi dovete accogliere me come accogliereste un bambino. Cosa vuol dire accogliere un bambino a quel tempo? Questo è difficilissimo indovinarlo. Un ragazzo tra sei e nove anni che posto aveva nella graduatoria dell´onore di quella cultura? Adesso verrebbe considerato una persona degna del massimo rispetto. I romani avevano il proverbio - Maxima debetur puero reverentia -. E´ cosí? Gesù si presenta in questo modo: Accoglietemi come uno a cui si deve massimo rispetto? Nel mondo ebraico era cosí? Non sappiamo rispondere. E´ cosí che si deve pensare la persona di Gesù? Come uno che si è abbassato¸ è diventato quasi niente¸ per aiutarci a capire che vuol mettersi al nostro livello per darci una mano per crescere? E´ importante la finale:" Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome...". Il testo sembra voler dire che dovete trattare cosí tutti i bambini¸ ma Gesù in realtà pensa a se stesso¸ perché dice:" Chi accoglie me non accoglie me¸ ma colui che mi ha mandato". Cioè dice: io rispetto a Dio non sono niente! Questa è la cosa importante. Quando noi lo chiamiamo Dio fin da bambino non facciamo quello che lui voleva che si facesse. Lui non voleva si dicesse che era un uomo divino; è venuto sulla terra¸ mandato dal Padre¸ perché noi dicessimo: il Padre per lui è tutto¸ lui è niente¸ è ancora come un bambino. Gesù vuole essere considerato colui che dice¸ all´opposto del Gesù del quarto Vangelo¸ - Io non sono niente¸ sono uno che verrà dato nelle mani degli uomini e verrà strapazzato e disprezzato¸ perché quello che voi dovete onorare è Dio padre¸ io sono il niente per farvi capire che Dio è tutto-. Questo è il Gesù storico di Marco. Lo dice bene l´inno dei Filippesi di Paolo: era al livello di Dio¸ ma si è abbassato al livello¸ non di uomo¸ ma di bambino¸ perché noi capissimo la grandezza di Dio. E´ il niente che parla del tutto. Gesù è stato questo. Quando¸ dopo la resurrezione¸ lo chiameremo Dio¸ non dimentichiamo però che il suo modo di essere Dio è non esserlo.